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A rileggere oggi queste pagine si resta folgorati come da una profezia. Corrado Stajano
Nell'ultimo anno della sua vita Pasolini condusse, dalle colonne del «Corriere della Sera» e del «Mondo», una rovente requisitoria contro l'Italia di quel periodo: un'Italia da trent'anni in mano ai «gerarchi democristiani», divorata dal consumismo e dal conformismo; un'Italia «distrutta esattamente come l'Italia del 1945» anzi, dove a essere in macerie sono i valori e non le case. Con fervore di antropologo, intuizione di poeta e risentita passione civile, il Pasolini saggista trova qui la dimensione che oggi la critica riconosce come piú suggestiva: una figura solitaria che si scontra con veemenza contro un mondo in rovina scegliendo un tono sapientemente provocatorio dove alterna nitidi ragionamenti a scatti di sdegno. L'estraneità dei giovani, l'ansia di conformismo, il male rappresentato dalla tv, il «processo» ai potenti, lo sviluppo confuso con il progresso, la fine di qualsiasi speranza neorealista: capace come pochi altri di smascherare le ipocrisie, fra paradossi e proposte apocalittiche, Pasolini ci ha lasciato, nell'anno della sua morte violenta, quasi un testamento sulle sorti malandate della nostra Italia.
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