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Quando arriva nelle sale, Pulp Fiction è il secondo film di un regista trentenne che si è fatto già notare dai produttori di Hollywood, ma che pochi conoscono. Eppure il suo successo è travolgente: vince la Palma d’Oro al Festival di Cannes del 1994 e l’Oscar 1995 per la miglior sceneggiatura originale. Per la carriera di Tarantino, e anche per il cinema indipendente, il film segna un punto di non ritorno.
Nei quasi quindici anni che ci separano dalla sua realizzazione, Pulp Fiction è stato oggetto di innumerevoli analisi e discussioni, ma il segreto del suo «richiamo» resta in buona misura indecifrato.
Il film esercita il suo appeal sia sul pubblico colto, sia su quello popolare, mescola alto e basso, concilia arte e consumo. È un vertiginoso groviglio narrativo che articola un’intera antologia di stili e in cui coesistono diversi feticci: la grammatica della violenza; la stilizzazione delle patologie; la narrazione come gioco sadico e farsesco; un senso del presente ermetico. In esso convivono iperrealismo e fiaba, rétro e postmoderno, riciclaggi e invenzioni, confronti e scontri, orologi d’oro e frappè, chopper cromate e spade katana, sermoni e sodomie, gare di twist e spari in faccia. Pulp Fiction è, insomma, un’esperienza estetica globale, e l’icona di un’epoca.
L'autore
Alberto Morsiani è direttore artistico dell’Associazione Circuito Cinema di Modena dal 1992. È critico cinematografico della «Nuova Gazzetta di Modena» e collaboratore di «Cineforum» e di altri periodici e siti specializzati. Studioso soprattutto di cinema americano, ha pubblicato tra l’altro Anthony Mann (1986), Joseph L. Mankiewicz (1990/2006), Scene americane. Il paesaggio nel cinema di Hollywood (1994), Oliver Stone (1998/2008), John Ford. Sentieri selvaggi (2002/2007), Quentin Tarantino (2004/2005), Gus Van Sant (2004), L’America e il western. Storie e film della frontiera (2007).
Illustrazioni: N° 32 b/n f.t.
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