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Il grande salto sociale. Percorsi di responsabilità delle imprese in Italia
 
Il grande salto sociale. Percorsi di responsabilità delle imprese in Italia Quantità nel carrello: vuoto
Codice: 013-LEC-LECC
Prezzo: 14,00€

Autore[i]: Sabrina Rosci
Editore: ControCorrente
Anno: 2005
Pagine: 160

ISBN/EAN: 8889015292
Quantità:
 
E' possibile per le aziende coniugare etica e profitto economia in un mercato sempre piu' agguerrito e globalizzzato? Una delle 'vie' principali perche' le esigenze di guadagno non si attuino in contrasto con il rispetto della dignita' umana e dell'ambiente e' la 'Responsabilita' sociale delle imprese' (Rsi). Si tratta di uno strumento conosciuto a attivo da anni in Europa, soprattutto in Germania e Belgio, sul quale nel nostro Paese esiste anche un disegno di legge delega. Mettere attorno a un tavolo governo, parti sociali e realta' produttive per fare il punto sulla Rsi in Italia e' il 'filo rosso' che lega il libro di Sabrina Rosci, 'Il grande salto sociale. Percosi di responsabilita' delle imprese in Italia' (edizioni Controcorrente, Napoli, pp. 158, euro 14), da questa settimana nelle librerie italiane.

Soggetti interessati ('stakeholders') a questo processo sono in primo luogo i dipendenti dell'impresa che hanno certo interesse a percepire una retribuzione soddisfacente in linea con i consumi, ma sono anche attenti alle modalita' con le quali si svolgono le mansioni lavorative, a compartecipare alle decisioni aziendali e alla qualita' del lavoro non solo come maledizione biblica (vivere per lavorare).

Ma gli stakeholders sono pero' anche le comunita' locali che ospitano le realta' produttive e hanno a cuore tanto la tutela dell'ambiente che la memoria storica dei luoghi. Per il marketing, e' un nuovo pecorso di posizionamento dei prodotti e del marchio.

Per i cittadini e i consumatori, rappresenta un valore da salvaguardare. Sulla responsabilita' sociale delle imprese, le proposte in campo sono tante: dalla volontarieta' della Rsi per le aziende -secondo l'indicazione del ministero del Welfare- alle esiegenze di uniformare le realta' produttive italiane al modello europeo dove tale 'pratica' -soprattutto su input del Libro Verde presentato dalla Commissione europea nel 2001- ha prodotto risultati eccellenti, fino all'obbligatorieta' di tale strumento per la pubblica amministrazione. Anche per fare in modo che la Rsi diventi un fattore di competitivita' del sistema Paese e le istituzioni, passando dalle parole ai fatti.

Se l'impresa e' in primo luogo un soggetto economico che persegue il profitto, negli ultimi anni c'e' stato qualcosa che le ha indotte a rivedere le proprie strategie d'azione. Infatti, secondo l'ultima indagine Censis in materia, ben la meta' degli italiani (il 50,5%) ha acquistato nell'ultimo anno prodotti dopo aver verificato che non inquinano o che per la loro produzione non siano stati impiegati minori e rispettati i diritti dei lavoratori.

Il 40,5%, poi, ha evitato di comprare prodotti provenienti da aziende che si reputavava avessero comportamenti non etici, mentre il 14,2% e' passata dalle 'parole ai fatti' partecipando in diverse forme a campagne di boicottaggio verse realta' produttive giudicate poco responsabili.

Come evidenzia l'Istituto di piazza di Novella, dunque, il consumo critico si allarga sempre piu' nello Stivale e va ben oltre la nicchia del prodotto biologico o del turismo solidale: il consumatore premia o punisce le aziende mediante l'acquisto o il rifiuto di prodotti non 'eticamente certificati'. Non solo. Il 71,2% degli italiani pagherebbe infatti almeno il 15,2% in piu' per acquistare prodotti di un'azienda che adotta sistemi di produzione che non nuocciono all'ambiente e alla salute dei consumatori e il 60% si dice disposto a sborsare di piu' per comprare prodotti e servizi di aziende che si distinguono per i loro impegni in campo sociale.

Mentre per quelle realta' produttive attente nei confronti dei propri dipendenti il cittadino, consumatore e 'giudice' insieme, nel 60,8% dei casi e' favorevole a pagare anche il 15% in piu'. Un'attenzione che premia dunque le 'buone prassi' e spinge verso quel 'grande salto' in materia che porti a un coordinamento capace di ampliare, migliorandoli, gli schemi della produzione e dell'organizzazione.

Nel contributo di Sabrina Rosci, in una sorta di 'forum' tra le parti, sono riuniti dunque il ministero del Welfare, i sindacati e le associazioni. Ma quale e' il punto sulla responsabilita' sociale delle imprese in Italia? Per Katia Martino e Alessandro Bressan, del ministero del Welfare, ''non esiste alcuna incompatibilita' o bivio tra responsabilita' sociale e profitto, anzi sono due elementi che vanno di pari passo''. Anche se, avvertono, ''le parti sociali giocano un ruolo determinante nella diffusione della Rsi''. La linea del dicastero di via Veneto sull'argomento e' proprio quella del coinvolgimento sia dei sindacati che del mondo imprenditoriale nel 'circuito' della Rsi, non puntanto tuttavia sulla obbligatorieta' della responsabilita' sociale per non ridurre tutto ''a una lista di buoni e cattivi''.

Anche perche' ''da solo il governo non puo' far nulla o puo' fare ben poco''. Ma, fanno notare Martino e Bressan, ''questo nostro sforzo non e' stato recepito in maniera corretta da alcune sigle sindacali, che da una parte concordano con noi sulla necessita' di creare un sistema di valori condivisi che riducano i rischi del far west etico, dall'altra ci accusano, ormai da tre anni, di aver creato il Progetto CSR-Sc allo scopo di spostare il peso del Welfare dallo Stato alle imprese''. Su questa linea, Martino e Bressan tagliano corto: ''Si tratta di accuse immotivate, palesemente strumentali e politiche''. Anzi, rimarca il ministero del Welfare, ''oggi l'Italia ha recuperato il tempo perduto e sul tema rappresenta una best practice a livello euopeo''.

Per Michele Tiraboschi, docente di diritto del lavoro all'Universita' di Modena e Reggio Emilia, ''la responsabilita' sociale - promossa soprattutto dalle grandi societa' e dalle multinazionali- riveste un'importanza per tutti i tipi di imprese e per tutti i settori di attivita', comprese le piccole e medie imprese''. ''Anzi -mette in chiaro l'allievo e successore del giuslavorista Marco Biagi - e' fondamentale che sia applicata piu' ampiamente nell'ambito di queste ultime, comprese le microimprese, poiche' esse sono anche le maggiori 'fruitrici' di lavoro illegale''.

Ma non solo. A giudizio di Tiraboschi, infatti, ''e' evidente che uscire dal sommerso non e' soltanto un obiettico 'etico', ma costituisce uno tra i principali strumenti che potrebbero consentire a una fetta dell'economia italiana di operare quel salto di qualita' che da piu' parti e' ritenuto necessario per l'incremento della competitivita'''. Un'altra proposta che giunge sul 'fronte' della Rsi e' poi quella di Antonio Parlato, presidente dell'Ipsema, che ritiene ormai ''doverosa una vigorosa svolta legislativa in materia di assunzione di responsabilita' sociale da parte delle pubbliche amministrazioni''. E questo perche' ''essa non puo' costituire un optional, investendo la stessa legittimazione delle pubbliche amministrazioni, comprendendo sia i ministeri che le aziende di Stato, gli enti pubblici economici e non, le Regioni e gli Enti locali''.

Interviene nel 'Forum' convocato dal libro di Sabrina Rosci anche il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli, evidenziando dalle pagine del libro che ''il profitto e' una misura dell'efficienza di un'azienda, ma non e' certo il suo fine ultimo''. Cosi', rimarca Sangalli, sempre in materia di dati concreti ''abbiamo scoperto che le imprese sono virtuose senza saperlo. Su un campione di 2.000 imprese intervistate appena due mesi fa -spiega- ben il 93% ha intrapreso nell'ultimo anno almeno un'iniziativa di responsabilita' sociale''. ''Nella scala delle priorita' -fa quindi notare il leader dell'associazione di piazza Sallustio- c'e' l'impegno verso l'ambiente, poi la cura per l'ambiente interno dell'azienda, con dipendenti piu' motivati, piu' sicuri sul lavoro e meno discriminati''.

Mentre per Claudio Lenoci, direttore dell'ufficio dell'Organizzazione internazionale del Lavoro per l'Italia, ''il vero problema e' di chiedere e pretendere dalle nostre imprese una coerenza di interventi e di comportamenti nel contesto dei loro insediamenti produttivi nei Paesi in via di sviluppo, dove le legislazioni sono ancora carenti nella salvaguardia della protezione sociale''.

Non e' finita. Sulla responsabilita' sociale delle imprese, infatti, le parti sociali hanno una chiara posizione, e sempre piu' spesso negli ultimi tempi fanno 'pressing' sul governo. Cosi' per Marigia Maulucci, segretario confederale Cgil, ''c'e' un terreno privilegiato'' in materia: ''il meccanismo di formazione delle decisioni d'impresa'', ovvero ''il processo, le sedi, gli strumenti attraverso i quali si adottano le scelte e la condivisione che queste devono incorporare''. La sindacalista di Corso d'Italia non ha dubbi: ''Sui temi della partecipazione e dell'organizzazione aziendale da tempo tutti abbiamo abbassato la guardia, eppure questo -sottolinea- e' il sentiero da attraversare se si vuole cogliere in pieno l'opportunita' fornita dalla Rsi''.

In questo percorso, manda a dire la Cgil al governo, ''l'interpretazione che l'esecutivo italiano da' della Rsi e' la chiara dimostrazione del fatto che ci troviamo di fronte a un esecutivo socialmente irresponsabile''. Dunque ''riproporre in questo contesto il tema delle relazioni e' proposta fortemenete eversiva ma assolutamente urgente se si vuole ricostruire uno straccio di tessuto sociale''.

Da parte sua Savino Pezzotta, segretario generale Cisl, evidenzia nelle pagine del libro come ''il rischio sia quello di alimentare pratiche che contraddicono e sviliscono le potenzialita' innovative che la Rsi contiene''. ''Nella dimensione interna dell'impresa -mette in chiaro il leader della Confederazione di via Po- i lavoratori sono interlocutori ineludibili nella definizione delle iniziative socialmente responsabili promossi dalle aziende''. E in questo percorso ''il sindacato, tra gli stakeholder di riferimento, assume un ruolo unico e particolare, perche' soggetto titolare della rappresentanza di coloro che quotidianamente nell'azienda investono conoscenze e professionalita' e che dall'azienda traggono la fonte principale di reddito''.

Ma ''i tavoli' acquistano significato e valore quando diventano strumenti effettivi per una costruzione partecipata di cultura e di pratiche di responsabilita' sociale. Strumenti -incalza Pezzotta- che non garantiscono 'a priori' un risultato per il semplice fatto di essere stati costituiti'', ma ''acquistano ruolo ed efficacia se tutti gli interlocutori sono disposti a riconoscere ruolo e finalita' al metodo del confronto''.

Per Lamberto Santini, segretario confederale Uil, invece, ''la responsabilita' sociale non deve essere ridotta a una mera operazione di facciata tesa solo a migliorare l'immagine di un'azienda attraverso singole operazioni di marketing''.

Secondo la Confederazione di via Lucullo, insomma, ''occorrono politiche che concretizzino interessi comuni''. Questo perche', rimarca Santini, ''codici etici e bilanci sociali vanno nella direzione giusta, ma devono essere considerati come un primo passo verso la realizzazione di un sistema in cui l'azione imprenditoriale divenga strumento di sviluppo economico e di progresso civile della societa'''.

Mentre per Stefano Cetica, segretario generale Ugl, ''promuovendo una maggiore sicurezza sul lavoro si ottiene anche una diminuzione dei costi per l'impresa'', cosi' come ''collaborando con le autorita' locali, ad esempio mediante convenzioni con i servizi pubblici di trasporto per i dipendenti, si ottiene l'effetto di una maggiore vivibilita' per i cittadini, una migliore presenza degli impiegati nei posti di lavoro e quindi vantaggi economici per l'impresa''.

Percorsi, questi, sui quali il sindacato di via Margutta, insiste da tempo sottolineando a piu' riprese come la ''Rsi sia parte di un modello alternativo e autenticamente sociale''. Infine, ma non da ultimo, per Francesco Cavallaro, segretario generale Cisal, il discorso della Rsi ''non puo' esaurirsi a una etichettatura facilmente mistificabile'', ma deve essere assicurata ''la verifica del processo, intesa come necessita' di valutare quanto le imprese dichiarano di attuare''.

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